Il mio primo giorno di lavoro in Plastar S.R.L. iniziò davanti a una scrivania coperta di lettere arrivate durante la chiusura estiva.
Erano clienti che scrivevano da tutto il mondo.
Il mio compito era aprirle, smistarle… e fare un lavoro che oggi farebbe sorridere.
Recuperare con pazienza i francobolli.
Mi affascinavano.
Raccontavano il Paese da cui provenivano. Ogni busta aveva una sua personalità. In ogni lettera, la calligrafia, i colori dei caratteri, la carta, il modo di rivolgersi a noi lasciavano intravedere qualcosa di chi l’aveva scritta.
Poi iniziava il lavoro vero.
Preparare una risposta significava scrivere, cancellare e riscrivere.
La prima versione nasceva su un blocco notes.
Poi veniva battuta a macchina.
Infine incollavo, su ogni singola lettera, la traduzione in italiano. Pochi in ufficio conoscevano le lingue straniere e ogni risposta passava anche attraverso quel piccolo lavoro di mediazione.
Ogni parola richiedeva tempo, attenzione e responsabilità.
Ancora oggi, leggendo un’e-mail, quasi inconsapevolmente mi interrogo su chi l’abbia scritta. Da quale ufficio. Da quale città. Con quali aspettative. Con quali preoccupazioni. Con quali urgenze.
È probabilmente la lezione più importante che quei francobolli mi hanno lasciato.
Il nostro lavoro non è soltanto rispondere.
È provare a immedesimarci in quella persona, capire ciò di cui ha davvero bisogno e trovare la soluzione migliore.
La tecnologia potrà aiutarci a tradurre, redigere e archiviare sempre più velocemente. E forse con una precisione sempre maggiore.Ma quella raffinata capacità di immaginare e sentire l’altro, di comprenderne aspettative, dubbi ed emozioni prima ancora di scrivere una risposta, resta profondamente umana.

